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Il "Gruppo di Pisa" al lavoro

Mario Tchou (1924-1961), figlio dell'ambasciatore cinese a Roma, consegue giovanissimo la laurea in ingegneria elettronica negli Stati Uniti (Columbia University) dove rimane per alcuni anni come ricercatore e docente. Oltre a spiccate capacità tecniche e manageriali, possiede qualità umane e il necessario carisma per guidare un manipolo di pionieri. Il gruppo di giovani “pionieri” del Laboratorio viene selezionato accuratamente da Tchou fra le numerose risposte ad annunci pubblicitari sui maggiori quotidiani e a fine del 1958 è composto, tra gli altri, da Giorgio Sacerdoti (che aveva da poco terminato l'installazione a Napoli del Ferranti Mark 1), Ettore Sottsass jr. (architetto e designer di successo), Remo Galletti e Franco Filippazzi (con anni d'esperienza nel settore elettronico), Piergiorgio Perotto (appena laureato, ma in seguito trainer del settore), Martin Friedmann (canadese, esperto di memorie a nuclei di ferrite).

Quasi tutti giovani, secondo lo spirito di Tchou:

Le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità consuetudinaria”.

Laboratorio di Ricerche Elettroniche Olivetti “Gruppo di Pisa” alla fine 1958, dal basso verso l'alto e da sinistra verso destra: nella prima fila, Giorgio Sacerdoti (3°), Mario Tchou (4°), Ettore Sottsass jr (5°); nella seconda fila, Remo Galletti (1°), Franco Filippazzi (2°); nella terza fila, Piergiorgio Perotto (3°); nella quarta fila, Martin Friedmann (2°).

Tchou e i suoi tecnici si mettono subito al lavoro, puntando sulla fascia di produzione medio-alta così come chiesto dal mercato, progettando, naturalmente, un calcolatore con tecnologia a valvole denominato “Macchina Zero” o “V”, che diventerà il mitico ELEA 9001 (Elaboratore Elettronico Automatico).


Olivetti ELEA 9001 (detta anche "Zero" o "1V")

In quello stesso periodo arriva sulla scena il rivoluzionario Transistor: un oggetto ancora raro, con vistose limitazioni e prestazioni ridotto. Anche se il cui uso è inizialmente limitato alle radioline (una primizia per il periodo) Tchou intuisce che quella sarebbe stata la tecnologia del futuro e decide di riprogettare il sistema, ormai quasi terminato, sostituendo i transistor alle valvole. Si trattò di una decisione coraggiosa con un rischio non proprio calcolato che però, alla prova dei fatti, si dimostrerà la scelta giusta.
La conversione pone non pochi problemi: se le valvole sono ben note ai progettisti, altrettanto non si può dire del nuovo componente, che tra l’altro è ancora molto costoso. Tuttavia l’impresa riusce, e mentre la macchina “1V” viene completata per essere usata nei test, nasce un nuovo sistema d’elaborazione inizialmente ibrido (ELEA 9002, mai entrato in funzione) e poi completamente a transistor: ELEA 9003 o “1T”.

  
Olivetti ELEA 9003 - Palazzo Olivetti, Milano: questo è il primo esemplare del 9003, installato alla fine del 1959.

Intanto Olivetti, per non dipendere più dagli umori delle aziende statunitensi produttrici di componenti elettronici, fonda nel 1957, in partecipazione con Telettra, la Società Generale Semiconduttori (SGS) (poi ST Microelectronics), con lo scopo principale di fornire ai due azionisti Diodi e Transistor di alta qualità per la produzione di calcolatori in Olivetti e apparecchi per telecomunicazioni in Telettra.
Anche questa fu una scelta quantomeno azzardata: se la costituzione di un laboratorio di ricerche per apparecchiature elettroniche era stato un traguardo arduo, ancora di più appare avviare parallelamente la produzione di componenti elettronici solidi.
Nell’autunno del 1958 il prototipo “1T” è prossimo alla conclusione: il gruppo di Barbaricina si trasferisce nella nuova sede di Borgolombardo, alle porte di Milano, vicino al mondo delle industrie per le quali lavora.
Finisce così la fase pionieristica dell’operazione, iniziava lo sviluppo commerciale.
Quasi contemporaneamente termina anche lo sforzo dei ricercatori dell’Università di Pisa: il prototipo ridotto della CEP è già funzionante, mentre la macchina vera e propria viene terminata verso gli inizi del 1961, con un ritardo di circa un anno sul tempo previsto dal piano di lavoro (decisamente accettabile).

La CEP è un colosso dell’elaborazione scientifica, con tecnologia ibrida (3.500 valvole, 2.000 transistor, 12.000 diodi), memoria da 8.192 posizioni ampliabile a 32.768, velocità di 70.000 operazioni al secondo.

 

A sinistra: Una foto del 1957 che riprende la "macchina ridotta" predecessore della CEP, aveva uno schema logico-funzionale molto semplice per permettere la verifica della bontà dei criteri generali di progettazione e di costruzione. Essa fu concepita come parte integrante della CEP, che ereditò dal prototipo in foto quasi la metà delle sue componenti. A destra la CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana) in “assetto d’uso”

Il calcolatore viene programmato principalmente in FORTRAN ( linguaggio particolarmente adatto per calcoli scientifici portato da IBM sull’ IBM 704, il calcolatore della classe della CEP più diffuso al mondo), adattato e implementato per utilizzare appieno le particolari caratteristiche logiche della CEP.

Sono passati sei anni dall’inizio del progetto, e dai soli due calcolatori installati in Italia si era è a passati a 22 più 17 ordinazioni già confermate. La CEP diventa il simbolo dell’elettronica Italiana, così come la città di Pisa, tanto che e per molti anni l’informatica italiana sarà associata alla città toscana, nella nel 1969 nascerà il primo corso di laurea in Scienza dell’Informazione.
La CEP rimarrà attiva per sette anni, utilizzata dalle 2.000 alle 4.000 ore l’anno.

Intanto alla fine del ‘59 l’Olivetti ELEA 9003 viene completato ed entra in funzione una linea per la produzione in serie.

  

Olivetti ELEA 9003: alcune fasi del cablaggio e della messa a punto

Da questo momento in poi l’Olivetti si impegna direttamente nella realizzazione di tutte le unità periferiche elettromeccaniche, coinvolgendo in questo sforzo anche la sede di Ivrea: Olivetti si accinge a trasformarsi in azienda hi-tech, che non produce più solo apparecchi meccanici ma anche stampanti parallele, lettori di nastri e schede, fatturatrici, convertitori. Scelta, questa, che in futuro si rileverà difficile da gestire visto l’ampiezza che andrà ad assumere.