Nel luglio del 2006, AMD annuncia un’acquisizione clamorosa: rileva ATI Technologies per oltre 5,4 miliardi di dollari, in un’operazione che scuote il mondo della tecnologia.

ATI, fondata in Canada nel 1985, è uno dei leader mondiali nel settore delle schede grafiche, da anni in competizione con Nvidia.
Con questa mossa, AMD punta a trasformarsi in un’azienda completa, capace di offrire soluzioni combinate CPU-GPU in risposta alle nuove esigenze del computing.
L’idea è lungimirante: fondere le due anime dell’elaborazione, logica e grafica, in un’unica architettura integrata. Il sogno si concretizza con le prime APU (Accelerated Processing Units), chip ibridi che combinano core CPU e GPU sullo stesso silicio.
Questo approccio apre la strada a nuovi dispositivi compatti, efficienti e più economici, ideali per il mercato consumer e mobile. AMD inizia a promuovere il concetto di heterogeneous computing, in cui ogni componente del chip è specializzato e lavora in sinergia. Ma l’ambizione si scontra presto con la realtà. L’integrazione di ATI si rivela più complessa del previsto: differenze culturali, tecniche e organizzative emergono rapidamente. I costi aumentano, i tempi si allungano, e intanto Intel lancia i suoi processori Core, che impongono un nuovo standard nel rapporto prestazioni/consumi.
Nel tentativo di rilanciare la sfida, AMD sviluppa una nuova architettura, chiamata Bulldozer, progettata per supportare alti livelli di parallelismo e velocità di clock elevate.
Lanciata nel 2011, Bulldozer promette di ridefinire le performance del computing multi-core. Ma le aspettative vengono deluse. L
e CPU basate su Bulldozer, e le sue successive evoluzioni, Piledriver, Steamroller, Excavator, faticano a competere con l’efficienza e la reattività dei processori Intel.
Nonostante l’alto numero di core e frequenze elevate, i risultati nei test reali sono deludenti: i consumi sono troppo alti, le prestazioni in single-thread sono deboli, e l’architettura risulta complessa da sfruttare per gli sviluppatori.
Nel frattempo, anche nel settore delle GPU AMD fatica a tenere il passo con Nvidia, che avanza con decisione grazie alla serie GeForce e alla crescente attenzione verso il mondo del gaming e del calcolo parallelo (CUDA).
Sebbene le schede Radeon restino competitive, mancano di continuità e di una strategia comunicativa forte.
Il peso delle difficoltà tecniche si riflette anche sul piano finanziario. AMD inizia a perdere terreno nei mercati chiave. Il titolo in borsa scende, i ricavi calano, e l’azienda è costretta a prendere decisioni drastiche: vengono chiuse alcune fonderie, cedute attività secondarie e tagliato il personale. La separazione dalla divisione produttiva dà vita a GlobalFoundries, azienda autonoma che eredita gli impianti di produzione, mentre AMD diventa fabless, cioè concentrata esclusivamente sulla progettazione dei chip.
Tra il 2012 e il 2014, AMD sembra sull’orlo del collasso. I bilanci sono in rosso, la fiducia del mercato vacilla, e molti analisti iniziano a ipotizzare un’acquisizione da parte di competitor più grandi.
Ma proprio in quel momento difficile, all’interno dell’azienda comincia a maturare un piano radicale di rilancio.
Un piano silenzioso, ma destinato a riscrivere la traiettoria della sua storia.
Nel 2014 arriva una nuova guida: Lisa Su, ingegnera di origini taiwanesi con un curriculum impeccabile, viene nominata CEO. Inizia così una nuova fase, fatta di disciplina, visione tecnica e riscoperta del DNA innovativo dell’azienda.