Anni 1950: gli albori

 

Siamo negli anni Cinquanta e l’informatica muove i primi passi nel mondo aziendale e governativo. I computer occupano intere stanze, funzionano con valvole a vuoto e IBM (International Business Machines) è la potenza dominante del settore.

IBM, già forte nell’ambito delle schede perforate, in questo decennio inizia a produrre i primi calcolatori elettronici su larga scala. Nel 1952 lancia l’IBM 701, destinato a uso scientifico e militare, seguito a metà decennio dall’IBM 704 e dall’IBM 705 per applicazioni commerciali.

Grazie a questi sistemi, IBM consolida una posizione di leadership assoluta: a fine anni Cinquanta la gente definisce il mercato come “IBM e i sette nani”, alludendo al fatto che le poche altre aziende (come UNIVAC, Burroughs, NCR, Honeywell, RCA, GE e CDC) sono minuscole in confronto al “gigante blu”. In questo periodo i computer sono mainframe costosi riservati a enti governativi, banche e grandi imprese. Il software non è ancora un’industria separata: i programmi vengono sviluppati su misura, spesso forniti dagli stessi produttori hardware o scritti internamente dagli utilizzatori.

IBM adotta un modello integrato, vendendo macchine abbinate a servizi e supporto, creando forte fedeltà nei clienti. Verso la fine del decennio la tecnologia compie un passo cruciale: l’invenzione del transistor (Bell Labs, 1947) inizia a rimpiazzare le valvole nei calcolatori, rendendoli più affidabili e meno ingombranti.

Nel 1959 IBM introduce il 7090, uno dei primi mainframe transistorizzati, segnando il passaggio verso una nuova generazione di computer più potenti. Mentre IBM regna incontrastata, altrove si gettano le basi di future rivoluzioni.

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Operatori al lavoro su IBM 7094 con CTSS al MIT, 1964 circa. (Fonte: MIT Computation Center – immagine di pubblico dominio via Wikimedia Commons)

Nel 1957, in un laboratorio della California, nasce Fairchild Semiconductor, culla dell’industria dei microchip. E in un garage di Palo Alto, due giovani ingegneri, Bill Hewlett e David Packard, espandono la loro azienda HP (Hewlett-Packard, fondata nel 1939) dagli strumenti elettronici verso i primi calcolatori scientifici.

In questi anni pionieristici, mentre IBM sviluppa i suoi sistemi di tabulazione a schede perforate e si avvia verso il dominio dei mainframe, Olivetti, nata come fabbrica di macchine da scrivere a Ivrea, compie una delle trasformazioni industriali più visionarie d’Europa. Sotto la guida di Adriano Olivetti, l’azienda investe in elettronica con l’obiettivo di creare non solo macchine efficienti ma strumenti di progresso sociale e culturale. Nasce così il laboratorio di elettronica a Barbaricina, nei pressi di Pisa, che avvia lo sviluppo di uno dei primi calcolatori elettronici italiani.

Nel 1959, l’Olivetti annuncia l’Elea 9003, il primo computer elettronico completamente a transistor costruito in Italia. Il progetto, guidato da Mario Tchou, dimostra una capacità tecnica all’avanguardia, paragonabile agli sforzi delle grandi aziende americane, e sancisce l’ingresso dell’Italia nel mondo dell’informatica.

Tuttavia, la morte improvvisa di Adriano Olivetti e poi di Tchou, unitamente a dinamiche politiche e industriali complesse, indeboliscono la spinta innovativa dell’azienda proprio mentre IBM consolida il suo dominio globale.

Gli anni Cinquanta terminano con l’informatica ancora ai primordi: poche decine di macchine installate in tutto il mondo, quasi tutte targate IBM, ma l’innovazione tecnologica accelera e prepara il terreno alla diffusione più ampia dei decenni successivi.

 

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