Germania anni ’30: statistiche, censimenti e schede perforate
Nel periodo tra le due guerre mondiali, la Germania affronta profondi sconvolgimenti politici, economici e sociali. Dopo l’ascesa al potere di Adolf Hitler nel 1933, il nuovo regime nazista inaugura un controllo capillare sulla popolazione attraverso censimenti e schedature su base razziale.
Per gestire la mole di dati necessaria a tali operazioni, la macchina burocratica tedesca adotta la tecnologia più avanzata dell’epoca: l’elaborazione meccanica dei dati mediante schede perforate.
Questo sistema, inventato, come visto, da Herman Hollerith e usato con successo nel censimento statunitense del 1890, permette di registrare informazioni individuali (età, sesso, religione, etnia, professione, ecc.) su cartoncini forati e di elaborarle rapidamente con apposite macchine elettromeccaniche.
In un’era in cui i computer elettronici non esistono ancora, il sistema Hollerith di schede perforate rappresenta il precursore del calcolatore moderno, in grado di svolgere compiti di ricerca incrociata e conteggio su scala di massa impensabili manualmente.
Proprio ciò di cui il Terzo Reich ha bisogno per perseguire i suoi obiettivi di pianificazione demografica, identificazione degli “indesiderabili” e coordinamento amministrativo su vasta scala.
La Dehomag: la filiale tedesca dell’IBM
La tecnologia delle schede perforate, commercializzata dalla multinazionale americana IBM (International Business Machines), trova terreno fertile nella Germania degli anni ’20.
Già nel 1910 l’imprenditore Willy Heidinger fonda a Berlino la Deutsche Hollerith Maschinen Gesellschaft (nota come Dehomag), per distribuire in Germania le macchine Hollerith su licenza statunitense. Nel 1922, però, la crisi economica tedesca rende la Dehomag incapace di pagare le royalties dovute.

Thomas J. Watson, lungimirante presidente dell’IBM, coglie l’occasione: accetta di cancellare i debiti della Dehomag in cambio del controllo azionario della società al 90%. Da quel momento la Dehomag diventa di fatto una filiale dell’IBM americana, e non una filiale qualunque: negli anni ’30 il mercato tedesco genera quasi la metà del fatturato mondiale dell’IBM.
L’Ufficio Statistico del Reich e altri enti governativi nazisti diventano presto tra i migliori clienti della Dehomag, garantendo all’IBM ingenti profitti e un ruolo cruciale nell’amministrazione pubblica tedesca.
Watson esercita un controllo diretto e rigoroso sulla filiale tedesca. Viaggia in Germania almeno due volte l’anno per supervisionare personalmente le operazioni della Dehomag e intrattiene rapporti cordiali con esponenti di primo piano del regime nazista.
La collaborazione è tale che nel 1937 Watson riceve da Hitler un’onorificenza di prestigio, la Croce al Merito dell’Aquila Tedesca, conferita agli stranieri “benemeriti” verso il Reich.

Berlino, giugno 1937: Adolf Hitler accoglie Thomas J. Watson, presidente di IBM e della International Chamber of Commerce, insignito dell’Ordine dell’Aquila Tedesca per i servizi resi al Reich. (Fonte: dominio pubblico, foto d’epoca riprodotta in diversi archivi storici (ad es. Computer History Museum, Jewish Virtual Library)).

Watson Sends Hitler Notes of Gratitude – President of World Chamber Tells of Pride in High Honor and Praises Berlin’s Hospitality (New York Times del 6 luglio 1937)
Già dall’inizio dell’era hitleriana la Dehomag si mette al servizio dei piani del nuovo governo: nel 1933 progetta ed esegue per conto del regime il primo censimento nazionale dell’era nazista. La precisione e rapidità offerte dalle schede Hollerith sono ideali per soddisfare l’ossessione nazista di “registrare” e classificare la popolazione nei minimi dettagli (compresa l’appartenenza razziale e religiosa).
L’8 gennaio 1934, per far fronte alla crescente domanda, IBM investe un milione di dollari per aprire a Berlino una fabbrica dedicata alla costruzione di macchine tabulatrici Hollerith.
Alla cerimonia inaugurale, Willy Heidinger pronuncia un discorso emblematico: paragona la statistica demografica a un esame medico del “corpo” del popolo tedesco, dichiarando che grazie alle schede perforate è possibile “sviscerare, cellula per cellula, il corpo culturale tedesco” e fornire al Medico della nazione (Hitler) i dati necessari a identificare ed eliminare gli elementi “malati” e “inferiori” dalla società.
Parole inquietanti, che illustrano chiaramente come la tecnologia IBM venga consapevolmente messa al servizio dell’ideologia razzista nazista.
Schede Hollerith per censimenti e classificazioni razziali
Fin dai primi anni del regime, dunque, la Germania nazista si avvale dei tabulatori Hollerith dell’IBM per scopi di controllo demografico e repressione razziale. Il grande censimento del 1933, condotto pochi mesi dopo l’ascesa di Hitler, è realizzato con macchine Dehomag e serve non solo a contare la popolazione, ma anche a identificarne specifiche categorie “razziali” e politiche.
Alle tradizionali domande anagrafiche si affiancano campi speciali (come la religione di appartenenza, la lingua madre, la nazionalità d’origine) utili a individuare per via informatica gruppi “non ariani” o potenzialmente ostili al regime.
Ad esempio, attraverso apposite codifiche sulle schede perforate, è possibile estrarre facilmente dati incrociati del tipo: quanti commercianti di pelli (categoria professionale) residenti a Berlino risultano di “razza ebraica” e di nazionalità polacca.
Questo livello di dettaglio e automazione permette ai pianificatori nazisti di isolare con relativa facilità la minoranza ebraica tedesca (circa lo 0,7% della popolazione, pari a ~600.000 persone) e, in seguito, altre categorie perseguitate come rom, testimoni di Geova, oppositori politici e omosessuali.
Il censimento del maggio 1939, vigilia della guerra, aggiorna ulteriormente questi dati in vista di future deportazioni, e anch’esso è elaborato con le macchine IBM/Dehomag. Secondo lo United States Holocaust Memorial Museum, le schede perforate di tipo Dehomag D11 sono impiegate per tabulare i risultati sia del censimento del 1933 sia di quello del 1939 in Germania.

Scheda perforata utilizzata dall'"Ufficio della Razza" delle SS. Sul lato sinistro, in verticale, compare la scritta “Deutsch Hollerith Maschinen Gesellschaft m.b.H. Berlin”
In altre parole, l’intera popolazione del Terzo Reich è “inventariata” con mezzi meccanografici, fornendo al regime un’enorme base di informazioni sfruttabili per le successive politiche razziali.
Gli archivi anagrafici così costruiti diventano la base per attuare le famigerate Leggi di Norimberga del 1935 (che classificano i cittadini in base all’ascendenza “ariana” o ebraica) e per preparare la “Soluzione Finale”. Grazie alle schede perforate, le autorità possono incrociare rapidamente i registri comunali, parrocchiali e statali alla ricerca delle origini familiari di milioni di individui.
Attività che, senza automazione, richiederebbero un lavoro immenso di consultazione manuale, vengono completate in tempi relativamente brevi con l’ausilio delle macchine IBM. È indicativo che i tecnocrati della Dehomag si vantino di poter ordinare 25.000 schede all’ora, numeri impensabili per qualunque squadra di impiegati umani.
In questo modo lo Stato nazista ottiene, prima dello scoppio della guerra, un “censimento razziale” completo dei propri cittadini ebrei (e di altri gruppi sgraditi), premessa fondamentale per poterli poi spogliare dei beni, emarginare dalla vita pubblica e infine deportare nei campi di concentramento.
Dalle deportazioni ai campi: logistica dei trasporti e gestione dei prigionieri
Le applicazioni della tecnologia IBM all’interno del Terzo Reich vanno ben oltre i censimenti. Con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale e l’estensione del dominio nazista a gran parte dell’Europa, le schede perforate sono impiegate per risolvere complessi problemi logistici, primo fra tutti la pianificazione dei trasporti ferroviari dei deportati.
Coordinare la deportazione di milioni di persone dai ghetti e dai paesi occupati verso i campi di sterminio è un compito di enorme complessità organizzativa, che richiede di sincronizzare orari ferroviari, convogli e destinazioni con precisione assoluta. Anche in questo caso le macchine Hollerith forniscono al regime nazista uno strumento formidabile: un vasto sistema di centri meccanografici permette di ottimizzare i tempi di trasferimento.
Nel giro di due giorni, anziché due settimane necessarie con i metodi tradizionali, si può localizzare e instradare un certo numero di vagoni ferroviari verso una specifica destinazione. In pratica, è anche grazie ai sistemi IBM se “i treni per Auschwitz arrivano in orario”, come afferma lo storico Edwin Black, ovvero se le deportazioni di massa possono svolgersi con un’efficienza mai vista prima.
Un altro aspetto documentato è l’uso di apparecchiature Hollerith all’interno dei campi di concentramento.

Altre tipologie di schede Dehomag utilizzare per l'organizzazione del lavoro e delle attività nei campi di concentramento
Subito dopo l’apertura di Dachau nel 1933 (il primo campo stabile del regime), le autorità comprendono l’utilità di impiegare le schede perforate per amministrare i prigionieri. Dal 1933 al 1945, macchinari Dehomag sono installati in molti dei principali lager nazisti, tra cui Mauthausen, Ravensbrück, Flossenbürg, Buchenwald e probabilmente anche Auschwitz.
Ogni nuovo internato è registrato con codici numerici che ne identificano la categoria (ebreo, politico, omosessuale, ecc.) e lo status all’interno del campo.
All’arrivo nei campi di concentramento avviene una “selezione”: alcuni deportati sono destinati al lavoro coatto, altri all’eliminazione immediata. Le informazioni individuali (qualifica, stato di salute, data di eventuale morte o fuga) sono annotate e trasformate in fori su schede Hollerith.
Ciò consente ai nazisti di classificare e smistare i prigionieri in modo sistematico e di tenere traccia, con fredda meticolosità, del destino di ciascuno.
Ad esempio, i codici delle schede indicano se un detenuto è stato “trasferito” (deportato altrove), “rilasciato”, “morto” o “fuggito”, facilitando il controllo statistico sulle “uscite” dai campi. Si tratta di un vero e proprio sistema informativo ante litteram, con terminali (le macchine tabulatrici) presenti in ogni grande campo e una rete centrale che raccoglie e incrocia i dati.
A Dachau, già nel 1940, sono installate ben 24 macchine IBM tra perforatrici, ordinatrici e tabulatrici, gestite da personale SS addestrato direttamente da tecnici dell’IBM. Non va dimenticato, infatti, che l’IBM non vende queste costose apparecchiature, ma le concede solo a noleggio e cura in prima persona manutenzione e fornitura di materiali di consumo (come le stesse schede di cartoncino).
Dunque persino nel cuore del sistema concentrazionario nazista, luoghi simbolo del male assoluto, si scorge l’ombra di una multinazionale americana, presente attraverso la sua tecnologia e i suoi servizi di assistenza. Come scrive lo studioso Michael D. Hausfeld, “IBM fornisce le soluzioni tecnologiche indispensabili di cui il Terzo Reich ha bisogno per compiere ciò che non è mai stato fatto prima: automatizzare la distruzione umana di massa”.
Il caso italiano: dal censimento del 1938 al rastrellamento del Ghetto di Roma
L’Italia fascista, alleata della Germania, segue a sua volta la strada della schedatura demografica meccanizzata, pur con dimensioni più ridotte.
La presenza dell’IBM in Italia risale già agli anni ’20: attraverso la controllata locale SIMC (Società Internazionale Macchine Commerciali), l’azienda installa macchine a schede perforate in varie istituzioni e imprese (dalla Pirelli all’INA, dalla FIAT al Banco di Napoli).
Pubblicità della Società Internazionale Macchine Generali (@credits: vintads.it)
Nel 1931 le macchine IBM/SIMC sono utilizzate per elaborare i dati del censimento generale italiano, consentendo di pubblicarne i risultati statistici in tempi record (appena due anni dopo, sul quotidiano Il Popolo d’Italia di Mussolini). Questa infrastruttura meccanografica è messa al servizio anche della politica razziale fascista alla fine del decennio.
Dopo la promulgazione delle leggi razziali del 1938, il governo Mussolini ordina un censimento speciale degli ebrei residenti in Italia, da condurre con “la massima precisione e riservatezza” (circolare del Ministero dell’Interno, agosto 1938).
In pochi mesi, tra agosto 1938 e i primi del 1939, le autorità schedano circa 47.000 persone “di razza ebraica”, raccogliendo informazioni anagrafiche dettagliate su ciascuna. Tali dati, nome, età, composizione familiare, indirizzo, professione, ecc., sono trascritti su moduli dattiloscritti e aggregati in elenchi che costituiscono di fatto un’anagrafe degli ebrei italiani sotto il controllo del regime.
Tragicamente, quelle liste sono utilizzate dai nazisti pochi anni dopo. Il 16 ottobre 1943, nell’Italia occupata dai tedeschi, le SS guidate dal tenente colonnello Herbert Kappler effettuano il famigerato rastrellamento del Ghetto di Roma. All’alba di quel sabato, i nazisti piombano nelle case degli ebrei romani muniti di elenchi nominali: Kappler ha tra le mani le schede del censimento razziale voluto da Mussolini cinque anni prima.
Su quei fogli (provenienti dagli archivi della polizia fascista) sono già riportati i nominativi e gli indirizzi delle famiglie ebraiche della capitale, un dettaglio apparentemente banale, osserva lo storico Gregorio Piccin, ma che rende l’operazione di arresto immediata ed efficiente.
In poche ore sono catturate 1.259 persone (tra cui donne, anziani e oltre 200 bambini), caricate sui convogli ferroviari, sono deportate ad Auschwitz. Solo 16 di loro sopravvivono alla guerra.
Il caso del Ghetto di Roma dimostra come l’esistenza di registri centralizzati, compilati con l’ausilio di tecnologie d’avanguardia per l’epoca, faciliti direttamente la macchina della persecuzione.
Le schede perforate stesse, in questo frangente, non sono materialmente necessarie sul campo, bastano le liste stampate, ma senza quell’opera preliminare di schedatura sistematica (attuata con l’efficienza dell’elaborazione meccanica) i nazisti non avrebbero a disposizione un elenco così completo e aggiornato delle loro vittime.
Anche in Italia, dunque, l’innovazione informatica introdotta dall’IBM gioca un ruolo nel rendere più rapida ed efficace la messa in atto della politica di sterminio.
“IBM and the Holocaust”: un libro che svela la collaborazione
Per decenni, il ruolo dell’IBM nella macchina amministrativa del Terzo Reich rimane nell’ombra, quasi ignorato nella storiografia ufficiale sull’Olocausto.
La svolta avviene nel 2001, quando il giornalista investigativo Edwin Black pubblica il libro "IBM and the Holocaust" (tradotto in italiano come "L’IBM e l’Olocausto").

IBM and the Holocaust: The Strategic Alliance Between Nazi Germany and America's Most Powerful Corporation (Edwin Black)
Basandosi su una mole imponente di documenti d’archivio, corrispondenze aziendali e testimonianze, Black ricostruisce in dettaglio quella che definisce una “alleanza strategica” tra la Germania nazista e la più potente corporation americana dell’epoca.
Il libro rivela come IBM, tramite la Dehomag e le sue altre filiali europee, fornisca al regime hitleriano un supporto tecnologico essenziale dall’inizio alla fine del Terzo Reich.
Tra i servizi resi da IBM ci sono: la progettazione e stampa personalizzata delle schede perforate per ogni specifico utilizzo (censimenti, registri razziali, inventari di ghetto, elenchi di deportazione, ecc.), la configurazione e il noleggio dei macchinari per leggere/tabulare i dati, la manutenzione continua degli stessi e la formazione del personale tedesco all’uso di queste tecnologie.
Black dimostra inoltre che la cooperazione non si interrompe neppure con lo scoppio della guerra: nonostante gli Stati Uniti e la Germania siano in conflitto, IBM continua a controllare indirettamente le attività delle sue filiali in territorio nemico attraverso triangolazioni con paesi neutrali, e a trarne profitto.
Ad esempio, documenta l’esistenza di una nuova società controllata, la Watson Business Machines, creata ad hoc per operare nella Polonia occupata dai nazisti, direttamente sotto le direttive della sede centrale di New York.
Questa struttura parallela gestisce le apparecchiature Hollerith impiegate nel Governatorato Generale polacco, compresa la stampa locale delle schede perforate (un dettaglio confermato da testimoni, che ricordano le etichette in inglese sugli apparati e i manuali tecnici IBM in lingua inglese presso l’ufficio di Varsavia).
Tutti elementi che confutano la versione secondo cui durante la guerra l’IBM avrebbe “perso il controllo” delle filiali in area nazista: al contrario, il quartier generale americano continua a monitorare profitti e operazioni, servendosi di intermediari svizzeri per incassare i canoni di leasing delle macchine fornite ai tedeschi.
IBM and the Holocaust ha un impatto dirompente sull’opinione pubblica all’inizio degli anni 2000. Il libro è pubblicato contemporaneamente in 40 paesi e 14 lingue, suscita vasto dibattito e anche azioni legali da parte di associazioni di vittime dell’Olocausto. I media internazionali ne parlano come di un’opera “esplosiva” e “scioccante”, lodando l’enorme lavoro di ricerca svolto da Black.
Dal canto suo, IBM mantiene un atteggiamento prudente: non smentisce puntualmente i fatti documentati nel libro e non intraprende azioni legali per diffamazione, segno che le prove sono difficilmente confutabili.
L’azienda si limita a criticare il taglio accusatorio di Black e a sostenere di non possedere più archivi interni su quel periodo (in quanto molti documenti sarebbero andati distrutti durante la guerra).
In dichiarazioni pubbliche, IBM cerca di scaricare ogni responsabilità sulle filiali europee “requisite dal regime” e di sottolineare che non vi sono evidenze di ordini diretti da New York finalizzati a favorire lo sterminio. Tuttavia, questa linea difensiva risulta poco convincente di fronte alle nuove rivelazioni.
Black, nelle edizioni successive del suo saggio, aggiunge ulteriore documentazione e sottolinea come in vent’anni IBM non abbia mai richiesto una singola correzione né smentito alcun fatto sostanziale emerso dalla sua inchiesta. Di fatto, l’azienda opta per il silenzio e il trascorrere del tempo, sperando forse di far cadere nell’oblio una pagina tanto imbarazzante della propria storia.
Controversie e implicazioni etiche
La vicenda del coinvolgimento dell’IBM nell’Olocausto solleva tuttora interrogativi etici e storici di grande rilevanza. Un primo punto controverso riguarda il grado di consapevolezza e intenzionalità con cui i dirigenti IBM partecipano alla macchina di sterminio nazista.
Se è vero che non emergono mai prove di un diretto supporto “ideologico” dell’IBM al nazismo, è altrettanto vero che la dirigenza persegue il profitto senza farsi scrupoli sul come la sua tecnologia venga impiegata.
Dall’analisi della corrispondenza aziendale degli anni ’30 non risulta alcuna discussione morale sull’opportunità di fornire strumenti a un regime che perseguita una parte dei suoi cittadini. Al contrario, vi si trovano molte prove di come Watson e i suoi collaboratori siano concentrati unicamente sul business: difendere il monopolio IBM nel mercato tedesco, battere la concorrenza, ottenere sempre nuovi contratti e commesse dal governo hitleriano.
I documenti mostrano uno zelo estremo nel soddisfare le richieste tecniche del Reich, arrivando a personalizzare ogni sistema in base ai bisogni dei ministeri nazisti, e nel mantenere un flusso costante di materiali (schede, pezzi di ricambio) nonostante le difficoltà belliche.
In sostanza, per l’IBM la Germania nazista è un cliente di primaria importanza, da seguire con cura speciale – indipendentemente dalla natura criminale del suo regime.
Un secondo aspetto dibattuto riguarda la responsabilità legale e morale di IBM per gli esiti del proprio operato. L’azienda sostiene di essersi limitata a “fare affari” e che le proprie tecnologie siano strumenti neutri, passibili di usi leciti o illeciti a seconda di chi li impiega.
Dal punto di vista giuridico internazionale, nessun dirigente IBM è mai chiamato a rispondere a Norimberga o in altri tribunali per complicità nell’Olocausto – anche perché formalmente gli Stati Uniti entrano in guerra contro la Germania solo dal dicembre 1941, e IBM può affermare di aver perso il controllo diretto sulle filiali nemiche da quella data in poi.
Tuttavia, la documentazione emersa (e analizzata da Black e altri storici) suggerisce che l’IBM di New York continui ad avere un’influenza significativa anche durante la guerra, mascherando la propria presenza ma senza mai interrompere davvero i rapporti commerciali.
Ciò colloca l’IBM in una zona grigia: non un sostenitore ideologico del nazismo, ma un ingranaggio consapevole della sua macchina amministrativa e produttiva.
La questione etica diventa allora se una grande impresa, perseguendo il profitto, possa accettare di fornire strumenti a un regime dedito a crimini contro l’umanità senza condividerne la colpa.
La lezione che molti traggono da questo caso è che anche i fornitori “tecnici” e apparentemente neutrali condividono una responsabilità nei risultati finali, se quei risultati sono noti e criminali.
La Shoah è possibile non solo per la ferocia dei suoi esecutori immediati, ma anche grazie al contributo “banale” di tecnici, impiegati, aziende e scienziati che mettono le proprie competenze a disposizione dell’apparato genocida.
IBM incarna emblematicamente questa collaborazione industriale: la sua storia nel Terzo Reich rappresenta un monito su come i progressi tecnologici possano essere piegati a fini disumani.
È una vicenda che costringe a riflettere sul dovere etico delle imprese, specialmente quelle multinazionali, di non farsi complici di regimi oppressivi, pena macchiare indelebilmente il proprio nome, come accade alla “soluzione IBM” passata alla storia come il “calcolatore della morte”.