Quando nel 1990 IBM lancia il PS/1 (successivo al PS/2 a dispetto del nome) il mondo dell’informatica domestica è già molto cambiato rispetto a un decennio prima.
Gli anni settanta e ottanta hanno visto il trionfo degli home computer, con Commodore, Atari, Sinclair e Amstrad a popolare le scrivanie di studenti e appassionati. IBM, che con l’IBM PC del 1981 ha imposto uno standard industriale rivoluzionario, decide di tornare su un terreno che in parte aveva trascurato: quello delle famiglie, degli studenti, dei piccoli uffici che non possono permettersi o non hanno bisogno delle più costose e complesse macchine professionali. 
IBM PS/1 (Foto collezione privata Felice Pescatore)
Il PS/1 nasce proprio con questo obiettivo: riportare il marchio IBM nelle case, con una macchina dal prezzo accessibile, semplice da usare, pronta all’uso già dal primo avvio.
A differenza dei grandi e modulari PC compatibili del periodo, il PS/1 si presenta come un sistema compatto, integrato, venduto in bundle con monitor, tastiera e spesso con modem, per semplificare al massimo l’esperienza. È un tentativo di avvicinare l’informatica IBM a un pubblico non tecnico, quasi a voler replicare il successo che Apple ottiene con il Macintosh, ma con la solidità e la compatibilità del mondo PC.
Accendere un PS/1 significa trovarsi davanti a un ambiente che non richiede installazioni complesse. L’utente viene accolto da una schermata grafica che semplifica l’accesso alle funzioni principali: scrivere testi, gestire file, collegarsi a un BBS tramite modem.
Dietro questa interfaccia più amichevole si nasconde comunque il DOS, che rimane il cuore del sistema e garantisce compatibilità con la maggior parte dei software PC. L’approccio “ready to run” diventa uno dei marchi di fabbrica della serie, insieme al design compatto che richiama la logica degli home computer tradizionali più che quella delle torri espandibili.
Dal punto di vista tecnico, le prime macchine della serie montano processori Intel 80286 e 80386SX, con configurazioni di memoria e storage modeste ma adeguate all’utenza casalinga. IBM punta soprattutto sull’affidabilità e sulla facilità d’uso, più che sulla potenza pura.
Il sistema è pensato per chi deve scrivere, studiare, calcolare, comunicare, e non per chi sviluppa software complessi o gestisce reti aziendali. Il PS/1, in questo senso, si colloca a metà strada tra il mondo degli home computer e quello dei PC professionali, cercando di rappresentare un nuovo equilibrio.
La comunicazione commerciale insiste molto sulla semplicità: IBM vuole trasmettere l’idea che chiunque possa accendere il computer, collegarsi e cominciare subito a lavorare o a divertirsi. In un’epoca in cui i computer domestici stanno diventando sempre più centrali nella vita quotidiana, questo messaggio si rivela efficace, soprattutto per un marchio che fino a poco prima era percepito come troppo distante dalle esigenze del grande pubblico.
Il PS/1 non riesce però a diventare un vero standard.
La concorrenza dei cloni compatibili, spesso più economici e aggiornabili, resta fortissima. Inoltre, nel 1992 arriva sul mercato il nuovo progetto IBM Aptiva, che progressivamente prende il posto del PS/1 come linea di riferimento per il personal computing domestico. Eppure, il PS/1 segna un passaggio fondamentale: è il tentativo di IBM di ricucire il legame con il pubblico dei consumatori, dopo anni in cui il marchio era associato soprattutto a mainframe e PC aziendali.
L’eredità del PS/1 rimane oggi nella memoria di chi ha iniziato a usare un computer proprio grazie a questa macchina. Il suo ruolo nella storia è quello di un ponte, un esperimento di democratizzazione della potenza IBM, un ritorno all’idea che anche un colosso industriale possa parlare al grande pubblico.
E, sebbene la serie non sopravviva a lungo, il suo spirito contribuisce a consolidare la transizione dall’home computer al PC domestico moderno, un segmento che negli anni novanta diventa finalmente maturo.