Parallelamente ai tentativi più industriali, trattati qui, negli anni ’80 e ’90 in Italia l’informatica sboccia in contesti insoliti: stanze disordinate, cantine polverose, tavoli improvvisati coperti di cavi e componenti.
Nasce così il fenomeno degli Assemblati in Cantina, ovvero dei cloni assemblati in cantine improvvisate caratterizzate da aria polverosa, intrisa dell'odore di plastica e dei fumi dei circuiti stampati scaldati dal saldatore. In questi laboratori casalinghi, tra scaffali arrangiati e luci al neon traballanti, ragazzi e appassionati danno vita ai loro computer fatti in casa. È un ambiente informale e creativo, un po’ caotico ma elettrizzante, dove l’entusiasmo supplisce alla mancanza di mezzi e conoscenze strutturate. Qui, con passione e pazienza, si monta pezzo per pezzo il primo personal computer artigianale, gettando le basi della futura cultura informatica italiana.

All’inizio degli anni ’80 con gli "home computer" (dal Commodore 64 allo Spectrum, dall’MSX all’Olivetti Prodest) che fanno innamorare una generazione, non c’è ancora l’idea di “assemblare” un computer da zero, essendo gli stessi pronti all'uso. Eppure, già molti smanettoni aprono quei case per aggiungere espansioni di RAM o schede video primitive, imparando l’arte di arrangiarsi col cacciavite.
Verso la fine degli anni ’80, con l’arrivo sul mercato dei primi IBM compatibili e cloni, si apre però una nuova era: quella dei PC modulari a 16 e 32 bit, componibili con parti intercambiabili. Chi muove i primi passi sui microcomputer domestici si trova davanti macchine più potenti ma costosissime se acquistate “di marca”.
La soluzione? Costruirsele da sé, comprando i componenti e montandoli nel salotto o in cantina.
Del resto i prezzi iniziali sono proibitivi: c’è chi racconta che “all’epoca i PC costano quasi come una Fiat 500 e quindi averne uno è una conquista: infatti un IBM può arrivare a costare tranquillamento tra i 7 e i 10 milini di lire. Montare da soli il proprio computer diventa il modo per realizzare il sogno di avere un PC risparmiando, magari recuperando pezzi usati o di seconda mano, scegliendo solo ciò che serve davvero.
Ma ancora più forte è la spinta della passione e della curiosità tecnica. I giovani “smanettoni” dell’epoca vogliono capire come funziona davvero un computer, mettere le mani dentro al case e vedere da vicino chip e circuiti. Ogni componente aggiunto è un’occasione per imparare qualcosa: montare una scheda grafica più avanzata, raddoppiare la RAM, installare un nuovo hard disk significa anche capire come configurare il sistema perché tutto funzioni a dovere.
Non esistono tutorial su YouTube o corsi a scuola: si impara per tentativi ed errori, spesso a costo di pomeriggi interi passati a risolvere problemi misteriosi. Eppure quell’avventura ha il sapore dell’esplorazione pionieristica.
Spulciano su internet (reddit, blog, ecc), si trovano molte testimonianze dell'epoca. Un “veterano” descrive quegli anni come un’esperienza irripetibile per chi viene dopo:
“Quello che i giovani di oggi non potranno mai sperimentare è la nostra avventura da pionieri, che se ci pensiamo oggi fa molto sorridere: pizze di nastri magnetici, padelle di dischi di 40/50 cm, cassettoni di nastro, floppy da 3,5" e da 5", e tutto per avere capacità di memoria inferiori a 100 MB”.
È un’epoca di continue scoperte, fatiche e piccole grandi vittorie tecnologiche quotidiane che molti ricordano ancora con emozione.
Nonostante la fatica e il disordine, prevale nei ricordi un’enorme nostalgia: per chi c’è “è un’epoca meravigliosa”, vissuta dal primo Commodore 64 in poi come una lunga avventura condivisa.
Dal punto di vista tecnico, assemblare un PC negli anni ’80-’90 significa affrontare sfide che oggi paiono preistoriche. Non esiste il Plug and Play: ogni periferica deve essere configurata manualmente. Le schede di espansione ISA (audio, video, controller, modem, ecc.) hanno spesso serie di jumper o DIP switch da impostare a mano per scegliere gli indirizzi I/O, i canali DMA e gli IRQ appropriati ed evitare conflitti.
È facile sbagliare e ritrovarsi con la porta seriale in conflitto con la scheda audio, o con la stampante che smette di funzionare perché si contende un interrupt. Quante volte bisogna cambiare il posizionamento dei ponticelli sulla scheda o editare a mano i file CONFIG.SYS e AUTOEXEC.BAT per far convivere due periferiche! L’IRQ 5 lo prende tipicamente la Sound Blaster, l’IRQ 7 spesso la porta parallela (LPT1); il modem deve accontentarsi dell’IRQ 3 o 4 delle COM, e così via, in un gioco di incastri che richiede ingegno e tanta pazienza.
Si consultano i manuali tecnici (in inglese) pieni di tavole di configurazione e schemi di jumper, sperando di capire perché quel maledetto controller SCSI non vuole funzionare.
Ogni componente ha i suoi segreti: i floppy disk da 5,25″ e 3,5″ vanno collegati con il cavo piatto orientato nel verso giusto (quante volte un PC non si avvia perché il cavo floppy è invertito!), e sul cavo stesso c’è una torsione che determina quale drive è A: e quale B:. I dischi fissi IDE, poi, hanno i ponticelli Master/Slave da configurare in coppia quando se ne installano due sullo stesso cavo. Anche montare le parti nel case richiede manualità: fissare la scheda madre allo chassis con distanziatori in ottone (attenzione a non fare cortocircuiti!), collegare i minuscoli cavetti dei LED del pannello frontale (power, HDD) e l’interruttore del turbo, che comanda una finta modalità “lenta” per compatibilità con vecchi programmi DOS. Persino il display digitale sul case, che mostra numeri come “33 MHz” in modalità turbo, va configurato spostando micro-jumper su una piccola schedina.
Ogni passo è una scoperta e spesso anche una fonte di frustrazione: basta dimenticare un dettaglio perché il PC non parta, emettendo soltanto criptici beep di errore. E allora via a ricontrollare ogni collegamento con la torcia in mano e il manuale aperto. La logica dei messaggi di errore può perfino risultare ironica: celebre la scritta “Keyboard not present – Press any key to continue” ("Tastiera non rilevata. Premere un tasto per continuare”) che campeggia beffarda sul monitor quando il connettore della tastiera non è inserito bene.
Un tipico minitower "assemblato in cantina" (Foto collezione privata Felice Pescatore)
Sono paradossi informatici che oggi fanno sorridere, ma all’epoca rappresentano ostacoli concreti da affrontare nel quotidiano di un auto-assemblatore. Chi vive questa dimensione da artigiano dell’informatica spesso deve arrangiarsi da solo, ma non è completamente isolato.
Prima di Internet, le riviste specializzate e le comunità delle BBS sono le fonti primarie di conoscenza e di supporto. Le edicole ogni mese espongono bibbie come MC Microcomputer, Micro & Personal Computer, PC Professionale, Bit e tante altre.
Gli appassionati le comprano con devozione: “attendo, come tanti, ogni mese che esca in edicola per poi leggerla e rileggerla con avidità” confessa un testimone dell’epoca. Su quelle pagine si trovano guide pratiche, schemi per i collegamenti, recensioni di componenti e soprattutto soluzioni ai problemi più comuni. C’è chi conserva le riviste e le consulta come manuali tecnici: all’occorrenza si sfoglia l’archivio alla ricerca di quell’articolo su come formattare un hard disk o su come settare i parametri del BIOS.
Proprio leggendo una rivista molti scoprono l’esistenza delle prime BBS, misteriose bacheche telematiche raggiungibili con un modem: “su quella rivista scopro che esistono delle cose chiamate BBS tramite cui è possibile conoscere altre persone e appassionati”. Le BBS (Bulletin Board System) sono una rivoluzione silenziosa: basta collegare il modem alla linea telefonica e comporre il numero giusto per entrare in un mondo virtuale ante-litteram. Un appassionato ricorda l’emozione delle prime connessioni via modem a 1200 baud (poche centinaia di bit al secondo!): “riesco a fare le prime connessioni a delle BBS, ovvero delle bacheche elettroniche in cui è possibile chattare, discutere in apposite aree e scaricare qualche piccolo programma”. Su queste piazze digitali ci si scambia consigli, driver aggiornati, liste di software e ci si aiuta a vicenda a risolvere grattacapi hardware e software.
Nascono comunità di utenti che condividono la stessa passione, anticipando di fatto l’arrivo di Internet. In Italia reti come Fidonet collegano le BBS locali in una rete mondiale: si può inviare un messaggio (detto matrix o netmail) a un utente dall’altra parte del globo e ricevere risposta in un paio di giorni, pagando solo lo sca tto urbano della chiamata notturna. È un’epoca ingenua e straordinaria, in cui ogni nuovo contatto telematico pare magia.
Persino chi vive in piccoli paesi può collegarsi e trovare altri smanettoni con cui conversare di programmazione, hardware, videogiochi, in un’atmosfera pionieristica di scambio libero del sapere. In questo contesto “libero” si inserisce anche il fenomeno dilagante della pirateria informatica, vissuta allora con grande naturalezza.
Oggi può sorprendere, ma nei tardi anni ’80 e nei ’90 lo scambio non autorizzato di software, pirata, (giochi, programmi, sistemi operativi) è pratica comune e quasi socialmente accettata tra gli appassionati. Sembre su vari forum, molti ricordano che nessuno si fa troppi scrupoli in proposito: “sono un bambino all’epoca, sembra totalmente normale, ci scambiamo giochi pirata come se fossero di pubblico dominio, a nessuno sembra importare granché”.
I costosi videogiochi per Commodore 64 o Amiga vengono duplicati su cassette e floppy disk e passati di mano in mano tra compagni di classe e colleghi di BBS.
Nascono copy-party informali il sabato pomeriggio: ci si trova a casa di qualcuno con pile di floppy vergini da 3,5″ e 5,25″ e si esce con le ultime novità copiate per tutti.
La “scena” dei cracker è attivissima anche in Italia: gruppi di ragazzi riescono a rimuovere le protezioni dai giochi e aggiungono schermate con i loro nickname prima del gioco, è quasi un vanto d’abilità. Le BBS stesse pullulano di materiale pirata (chiamato warez in gergo): nelle loro sezioni file si possono scaricare shareware, demo, ma anche programmi commerciali completi, il tutto gratuitamente (benché ufficialmente non legale).
Ogni tanto qualcuno rischia grane legali se viene “beccato” a offrire software pirata, ma sono eccezioni: nel complesso la pirateria è percepita come un peccato veniale, quasi parte integrante del modo di vivere l’informatica amatoriale di quegli anni.
Del resto molti si giustificano pensando che i prodotti originali spesso sono introvabili nei normali negozi italiani, oppure costano cifre fuori portata per un ragazzo. Copiare un gioco dall’amico che lo ha comprato, o scaricarlo dalla BBS straniera, appare dunque naturale e conveniente.
Questo scambio continuo di software “alternativo” contribuisce non poco a diffondere la cultura informatica: smanettando con programmi e giochi ottenuti gratuitamente, molti imparano a usare nuovi tool, si cimentano con l’assembler dei cheat code, o semplicemente ampliano i propri orizzonti digitali. Tra cantine allagate, vicende di ingegno e vita quotidiana, emergono aneddoti dal sapore vintage che dipingono con vividezza quell’epoca pionieristica.
Un utente sui forum racconta, ad esempio, di ritrovare, a distanza di decenni, il manuale ingiallito del suo primo PC mentre ripulisce i danni di un allagamento: “settimana scorsa mi si allaga la cantina e tra i pochi libri sopravvissuti c’è il manuale del mio primo PC. Il PC vero e proprio però non ho idea dove sia finito, forse l’ho anche buttato”. Queste parole, intrise di nostalgia, fanno capire come per molti quegli oggetti, schede madri, CPU 386, banchi di RAM SIMM, drive a floppy, non siano solo ferraglia, ma pezzi di vita, compagni di un viaggio nell’apprendimento.
Oggi, chi accende un computer ultramoderno difficilmente immagina il lavoro che c’è nel far partire un 286 trent’anni fa.
Ma è proprio grazie a quell’approccio “fai da te” artigianale che un’intera generazione getta le fondamenta dell’odierna competenza digitale in Italia. In mezzo a viti sparse e manuali in inglese, nascono i futuri programmatori, sistemisti, imprenditori del software: ragazzi che negli ’80-’90 montano il loro primo PC in cantina e finiscono per trasformare quella passione in una professione.
Quell’esperienza condivisa (assemblare, smontare, capire e aggiustare) crea una comunità e un linguaggio comune tra pionieri dell’informatica nostrana. Ognuno con la sua storia caotica (la scheda video bruciata per una scarica di elettricità statica, il floppy di installazione di Windows 95 prestato dall’amico, le notti a configurare OS/2 o a giocare con Doom tra amici in LAN) contribuisce a far germogliare la cultura informatica dal basso, con creatività e spirito di adattamento tutto italiano. In conclusione, l’epopea dell’assemblaggio artigianale di computer negli anni ’80 e ’90 in Italia è fatta di passione, ingegno e concretezza.
È un mondo in cui ci si sporca le mani – in senso letterale, con il grasso termico delle CPU e la polvere dei case, e si impara sbagliando, sperimentando, collaborando con altri entusiasti. È un mondo artigianale, certamente caotico, ma vivo e fondamentale: è lì, in quelle cantine e camere disordinate, che prende forma la moderna cultura informatica italiana, alimentata dalla curiosità e dalla voglia di creare qualcosa con le proprie mani.
E ancora oggi, ripensando a quei giorni di viti e jumper, molti di quegli smanettoni sorridono con un pizzico di nostalgia, consapevoli di partecipare a qualcosa di unico e irripetibile.