Un ruolo di precursore, ancorché conclusosi prima dell’era dei PC, spetta alla IME (Industria Macchine Elettroniche).

Nata originariamente come Transimatic nel 1959 per iniziativa dell’ingegnere Massimo Rinaldi, diventa IME intorno al 1963 quando entra nell’orbita del gruppo Edison.
Con sede a Pomezia (Roma), IME è negli anni ’60 un’azienda leader a livello mondiale nella tecnologia dei calcolatori elettronici, producendo calcolatrici e sistemi contabili elettronici all’avanguardia.

IME 141P (@Credit: historybit.it)
Nel 1969 Rinaldi lascia IME (per fondare un’altra società, INSEL) e l’azienda viene assorbita nella nuova Montedel (polo elettronico di Montedison) insieme ad altre realtà come Laben. Durante gli anni ’70, però, la congiuntura diventa sfavorevole: Montedison decide di liquidare IME nel 1977 e, dopo lunghe vertenze sindacali, la società viene rilevata nel 1978 dalla MDS Italia di Carmine Palladino.
Il salvataggio privato però non ha l’effetto sperato, anche a causa di promessi fondi statali che non arrivano; IME finisce per sopravvivere vendendo computer importati dal Giappone, con gran parte del personale in cassa integrazione.
Nel 1980 avviene un ultimo tentativo: IME viene acquisita dalla pisana Elit-Micromegas, che intende utilizzarne il marchio e le competenze per produrre sistemi di word processing ed elaboratori testuali. Di fatto, IME come entità autonoma scompare in quel passaggio.
La vicenda IME, pur fuori dal periodo d’oro dei microcomputer, è significativa: mostra come un’azienda italiana potenzialmente innovativa possa essere frenata da assetti industriali complessi e scarsa continuità di investimenti.
È un pezzo di storia che fa da sfondo all’arrivo, negli anni ’80, di nuove aziende più piccole e flessibili.